Giu 07 2019


Gli albori del Cristianesimo in Etiopia e la dottrina monofìsita

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In poche nazioni al mondo, il pensiero religioso ha avuto tanta forza di penetrazione e di potenza come in Etiopia…. Dal secolo quarto, in cui il Vangelo penetrò nel regno di Axum, fino ad oggi, tutta la vita degli Abissini è stata dominata dal pensiero e dalla dottrina di Gesù Cristo…

L’inizio del cristianesimo in Etiopia risale alla prima metà del IV secolo, come narra lo scrittore Rufìno di Aquileia (345-411) nella sua Historia Ecclesiastica, e coincide con la conversione del regno di Aksum. Quantunque non sia affatto facile stabilire la datazione esatta, è certamente vero, come riferisce lo stesso Rufino, che Frumenzio di Tiro, sbarcato sulla costa etiopica nei primi anni del 300, predicò il vangelo nel regno di Aksum per un ventennio convertendo innumerevoli aksumiti; com’è pure vero che, intorno al 345, il re Ezanà, la madre Sofia, la famiglia reale e l’intera corte si convertirono al cristianesimo. Profondamente stimato dal popolo aksumita, san Frumenzio passò alla storia col nome di Abuna Salama Kesetie Berhan (padre pacifico rivelatore della luce), mentre i due fratelli Ezanà e Sezanà diventarono nella tradizione etiopica Abrahà (colui che illuminò) e Atsbhà (colui che fece sorgere il sole): l’alba e la luce della nuova Etiopia cristiana.

Fin dai racconti dei primi esploratori europei la chiesa etiopica, di fatto una diocesi della chiesa d’Egitto, viene soprannominata “copta monofìsita” e i cristiani etiopi “copti”, ancorché tali termini non hanno alcun senso, dato che “copto”, termine divulgato dagli arabi dopo la conquista dell’Egitto, vuol dire “egiziano”. In realtà all’inizio del V secolo, grazie all’opera del monaco greco Eutiche, considerato il capo morale dei religiosi di Costantinopoli, in tutto l’Oriente si propagò la dottrina monofìsita, secondo cui la natura umana di Cristo era stata assimilata dalla natura divina, la sola destinata a sussistere. Ma dopo che, nel 451, il concilio di Calcedonia dichiarò Eutiche eretico, sancendo che in Cristo convivevano sia la natura umana che quella divina, alcune chiese orientali, fra cui quella egiziana, ricusarono tali conclusioni separandosi da Roma. Sebbene vada rimarcato che nessuna di queste chiese si riconosce con la dottrina strettamente monofìsita di Eutiche ma ritiene altresì che in Cristo vi sia una sola natura, al tempo stesso divina ed umana. Secondo alcuni studiosi, però, il cristianesimo etiopico sarebbe diventato monofìsita assai più tardi, portando a riprova il fatto che re Calèb, che regnò su Aksum nella prima metà del VI secolo, è tutt’ora festeggiato (27 Ottobre) come Santo dalla Chiesa Cattolica. In ogni caso, verso la fine del VI secolo, Aksum entrerà in declino e l’Etiopia sarà presto accerchiata dall’espansione islamica. «Attorniati da ogni parte da nemici della loro religione, gli etiopi dormirono per un migliaio di anni, dimentichi del mondo che a sua volta li dimenticò» scrive lo storico Gibbon.

Almeno fino all’arrivo dei missionari Gesuiti in Etiopia (XVI-XVII secolo) che, se da una parte, portò alla conversione al cattolicesimo, sia pure per breve tempo, degli imperatori Ze-Dinghìl e Sussinios, dall’altra, innescò nel clero etiopico delle dispute interminabili circa l’unzione e la natura di Cristo, dispute che sfociarono talvolta in lotte feroci e sanguinarie, con massacri e devastazioni di interi monasteri. E provocando così l’insorgere di due correnti teologiche: l’una sostenuta nei monasteri del Goggiam, la regione racchiusa dalla grande ansa del Nilo Azzurro, a sud del lago Tana; l’altra nel monastero di Debra Libanos nello Scioà. I primi, goggiamesi, sostenevano che Cristo non era unto dallo Spirito Santo, ma da se stesso, e che nell’unione con il Verbo la sua natura umana era stata assorbita da quella divina. Questa corrente, di rigido monofisismo “eutichiano”, prese il nome di carrà (coltello) ma anche di qebàt (unzione) o di hulèt liddèt (due nascite), poiché riconosceva in Cristo la generazione eterna e la sua nascita dalla Vergine. I secondi, debralibanesi,  sostenevano invece che Cristo era stato unto dal Padre tramite lo Spirito Santo, riconoscendo implicitamente nella unzione la natura umana di Cristo. Questa dottrina venne chiamata sost liddèt (tre nascite) in quanto, al contrario dei goggiamesi, rivendicava una terza nascita mediante l’unzione, oppure teuahdò (divenuto uno) perché sosteneva che la natura umana e quella divina si sono unite mediante l’incarnazione. Cristo ha assunto una natura composita di umanità e di divinità, divenendo contemporaneamente vero Dio e vero uomo.

D’ora in avanti la storia della chiesa etiope sarà perciò caratterizzata da un altalenante susseguirsi di contrapposizioni, talvolta cruente, per il prevalere dell’una sull’altra corrente, e solo l’ascesa al trono imperiale di Menelik (1889) porrà fine alle contese religiose, lasciando libera la scelta del culto e proclamando quella di Debra Libanos quale dottrina ufficiale della chiesa etiopica. Oggi la Chiesa etiopica, al pari delle altre Chiese orientali non-calcedonesi, come la siriana e l’armena, rifiuta il monofisismo e si dichiara miafìsita, intendendo con questo termine l’unione delle due nature di Cristo in un’unica natura composita. La denominazione ufficiale della Chiesa etiopica è Chiesa ortodossa teuahdò d’Etiopia.

Nei suoi diciassette secoli di vita la chiesa etiopica, nonostante le molteplici minacce ed invasioni esterne, è riuscita a conservare intatto il cristianesimo dei primordi. Secondo una definizione cara agli etiopi “l’Etiopia è un’isola cristiana in un mare di pagani”. In tutto il Paese si contano oltre 25 mila chiese, spesso riccamente decorate con immagini sacre bizantineggianti, come quelle rupestri di Lalibelà e di Gheralta, dove i buoni vengono sempre raffigurati frontalmente ed i cattivi di profilo. All’esterno di ognuna vi è sempre la bietelehèm (casa del pane), atta a preparare il pane per l’eucarestia, mentre alla sommità vi è la croce greca adornata di sette uova di struzzo, simbolo della passione e della morte di Cristo. Nelle chiese storiche più importanti sono poi conservati antichi manoscritti fatti con pelli di capra, testi sacri che raccontano la vita dei santi, vangeli e bibbie, trascritti in ge’ez, l’antica lingua etiopica sopravvissuta solo nell’odierna liturgia. Tra i testi etiopici, ad esempio, è stato rinvenuto il Libro di Enoch, irrimediabilmente perduto sia nella lingua originale aramaica che nella versione greca.

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Ago 29 2017


Cartoline dal “Camino de Santiago”

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Da sempre ritengo che le immagini migliori siano quelle “scattate” con il terzo occhio, quello interiore; siano quelle che, fissate indelebilmente nella nostra memoria, pure a distanza di anni possiamo far riaffiorare (palinmnesi) riprovando la stessa sensazione di gioia o di dolore del primitivo, intimo sguardo. E sono sempre quelle che, a mio avviso, nessun apparecchio fotografico è in grado di catturare, incapace com’è di percepire e tantomeno impressionare il moto del cuore (eccitazione, turbamento, commozione) generato dalla loro visione. Premetto questo perché, ben sapendo che sul “cammino” si è detto di tutto e di più, nel compierne per la prima volta un buon tratto (da Pamplona a Burgos) in compagnia d’una dozzina di amici, ho preferito registrare talune significative immagini che qui e là hanno sorpreso/colpito l’allenato spirito d’attento osservatore e, credo, degne di essere riportate così: a guisa di vere e proprie cartoline, illustrate con l’ausilio e l’efficacia delle parole (*). Spero di esservi riuscito.

CICOGNE. Sapevo che in Spagna, come pure in Portogallo, non è insolito imbattersi nei grandi nidi che questi splendidi volatili prediligono costruire sul comignolo di un camino, sul campanile di una chiesa o su l’improbabile basamento aereo di un traliccio dell’alta tensione, oltretutto, specialmente nella stagione estiva, ravvivati dalla presenza dei piccoli. Ma come non restare attoniti alla vista d’un bellissimo esemplare che dal nido s’è improvvisamente librato in volo proprio sopra la mia testa, oscurando per un (lungo, interminabile) attimo la stretta luce della stradina di un centro abitato che ci si apprestava ad attraversare? Non so quanti di voi, da adolescenti, hanno avuto la ventura di sdraiarsi supini sul prato al limitare della pista d’un aeroporto e sogguardare da vicino la pancia dei giganteschi aeromobili appena decollati: ebbene, seppure a distanza di parecchi lustri, la sensazione di meraviglia è stata verosimilmente la stessa.

VALLATE DELLA RIOJA. Questa regione, nota come la tierra del pan y del vino (simboli eucaristici), è caratterizzata da vaste e sconfinate vallate con enormi appezzamenti destinati soprattutto alla coltura del grano e della vite. In pratica è come ritrovarsi nel bel mezzo di un tranquillo mare verde-oro, interrotto solo dalla distante cornice di montagne azzurre come il cielo, dove lo sguardo si lascia volentieri naufragare per tornare, rigenerato, a soffermarsi su quei particolari sfuggenti a tutta prima eppure così emblematici, sia per la geometria che per i contenuti del quadro d’insieme. Per cominciare, l’apposita potatura dei giovani tralci di vite che compongono gli innumerevoli filari, sì da farli crescere piuttosto bassi per sopportare meglio l’impetuosità dei venti (il poniente dell’Atlantico e la tramontana dei Pirenei) che, soprattutto in primavera ed autunno, flagellano la zona; e poi, la meticolosa defoliazione manuale della parte alta del graspo per consentire un’uniforme maturazione degli erubescenti grappoli d’uva.

DAINI. Confesso che, avendo sin qui osservato da vicino solo un esemplare maschio da poco stroncato da un malanno, il ripetuto incontro (ben due volte in pochi giorni) con questo magnifico e timido cervide mi ha particolarmente entusiasmato. La prima occasione si è presentata in una tarde assolata allorquando, di rientro assieme ad un (vecchio) amico di Roma appassionato di fotografia, sulla lunga e tormentata sterrata che dalla provinciale appena fuori Viana conduce all’ipogeo megalitico di Longar (notevole, poco più in alto del sito funerario di oltre 4.500 anni fa, l’altare rituale formato da tre grandi lastre sovrapposte in pietra rozzamente tagliata e levigata), vediamo correre proprio davanti a noi e per una buona manciata di secondi tre femmine di daino prima di inoltrarsi nella boscaglia. L’altra si propone mentre, camminando lungo il sentiero di una ventosa valle della Castiglia-León, mi trovo a volgere distrattamente lo sguardo a destra, in direzione d’un campo di grano appena mietuto: quale sorpresa nell’avvistare a poche centinaia di metri un grosso daino (sempre femmina) che, dapprima, sembra indugiare con il muso in giù incurante della mia presenza, e poi, d’acchito, comincia a saltellare con disinvolta leggerezza guadagnando in fretta l’altura antistante.

CHIESE. Da sempre appassionato cultore dell’arte e dell’architettura medievali che, a mio avviso, raggiungono la massima espressione nel romanico, sia quando questo stile proprio della cultura latina mutua l’iconografia musiva di quella bizantina (alto medioevo) e sia, soprattutto, quando a partire dal Duecento assurge al sublime mettendo in luce quella purezza delle forme così appropriata/funzionale ad un edificio sacro, ad una Domus Dei. Perciò, da una parte, quantunque non prediliga la sontuosità e il virtuosismo del gotico – peraltro, di matrice nordica ergo estraneo alla nostra cultura – e meno che mai l’esasperato, tronfio e decadente simbolismo del barocco; e dall’altra, pure avendo per certi versi apprezzato le varie e prestigiose architetture religiose presenti lungo il percorso: dal plateresco (un sorta di gotico spagnolo frammisto all’arabo) chiostro del monastero di Santa María la Real di Nájera alla monumentalità tardogotica, qui e là manierista e baroccheggiante, della cattedrale di Burgos, non sorprenderà più di tanto se affermo di essere stato particolarmente colpito/rapito da l’enigmatico romanico della piccola chiesa del Santo Sepulcro di Torres del Río, la cui singolare armonia delle forme, pure avocando a sé forme dell’arte ispano-araba (volta a nervature incrociate), cistercense (ampio respiro e sobrietà delle linee) e templare (pianta ottagonale), tende al raggiungimento della perfezione architettonica come in pochi altri esempi del genere presenti in Navarra (ermita de Eunate).

PELLEGRINI. Nella tarda e calda mattinata del terzo giorno, prima di accingerci a superare il lungo tratto (12 km.) privo di fonti e di centri abitati che ci separava da Los Arcos, ci eravamo fermati per una breve e salutare sosta di approvvigionamento a Villamayor de Monjardin che, alla stregua degli altri, è un villaggio di pochi casoni lindi e pinti (cari a Hemingway che, più d’una volta, vi ha soggiornato) raccolti tutt’intorno ad una chiesetta e all’apparenza assonnato, quasi privo di vita, fatti salvi il piccolo bar e il negozietto tuttofare sempre aperti e a disposizione dei pellegrini, loro unica e vitale risorsa. Mi ero quindi spostato a sorseggiare un fresco zumo de naranja in una zona d’ombra dove già sostavano altri pellegrini, quando il mio curioso ma discreto sguardo viene attirato dalla figura minuta d’una ragazza accovacciata sulla panchina che, volgendosi casualmente verso di me, mostra il grazioso e fanciullesco ovale del viso contornato da un caschetto di capelli dorati. Avvicinandola appuro che era francese, d’un paesino della Provenza, e che, assieme al compagno – mi addita un giovane alto e segaligno che, poco in là, stava placidamente appoggiato ad un albero –, intendeva proseguire fino a Santiago de Compostela. Dunque, au revoir ma cherie. Ma nel salutarla non potevo di sicuro immaginare che l’avrei rivista così presto.

Infatti, dopo alcune ore di cammino, compiute per lo più lungo l’altalenante sentiero ricavato in uno spartiacque argilloso che senza soluzione di continuità attraversa paesaggi sempre più assolati e desolanti, mentre ci stavamo rifocillando in una di quelle provvidenziali oasi di descanso per i pellegrini, messe su alla buona dall’iberico estro, con gazebo, sedute e bevande ghiacciate, grande è stato lo stupore nello scorgere in lontananza una minuscola sagoma che, forse a causa dello zaino così grosso da sovrastarla oppure per il caldo torrido del pomeriggio (più di 40°), avanzava barcollando vistosamente. Inforcato il binocolo inquadro e riconosco subito la povera, zigzagante francesina che rischiava un mancamento da un momento all’altro e, un po’ staccato dietro di lei, l’imperturbabile e indifferente “sodale”. A questo punto, mosso da un istintivo afflato di tenera e paterna solidarietà, dopo averne più volte richiamato l’attenzione invitandola a fermarsi, stavo per andarle incontro, per soccorrerla: quand’ecco il nostro trattenerla bruscamente intimando con inequivocabile fraseggio francese di non rompere …. e di andare avanti; e lei, sia pure con una certa riluttanza, seguirlo di buon grado. Mah, chissà quale recondita ragione spinge una coppia così male assortita e povera-di-spirito a intraprendere un simile viaggio. In ogni caso – mi sono detto –, buen camino e che Sant’Iago li assista!

(*) Le foto impaginate sono di repertorio e servono solo a rendere più dinamico e fruibile il testo.

Una buona parte della simpatica ed eterogenea compagine di camminatori (da sinistra: Ermanno, Giuliana, Ornella, Lorenzo, Alberto, Marie-Christine, Odisseo e Anna Rosa).

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Feb 09 2017


Con Odisseo sul Cammino di Santiago

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Le origini del Cammino risalgono al medioevo e sono strettamente legate al ritrovamento della presunta tomba di Giacomo il Maggiore. Si narra infatti che nell’813 al frate eremita Pelayo, in seguito alla visione del rovescio d’una pioggia di stelle sopra una collina, sia apparso in sogno l’apostolo Giacomo che gli avrebbe indicato il luogo come quello della sua sepoltura. La scoperta del sepolcro porterà, dapprima, all’edificazione di una piccola chiesa attorno alla quale, subito dopo, si svilupperà una cittadina chiamata appunto Santiago de Compostela (da campus stellæ). cammino 2Ma non va trascurato che in quel tempo la Spagna era per lo più occupata dai musulmani, che la stessa Santiago de Compostela è stata assediata e distrutta nel 997 e che, secondo la tradizione, San Giacomo sarebbe venuto più volte in soccorso dei cristiani, tanto da meritarsi il titolo di “santo-guerriero” e divenire il simbolo stesso della riconquista. E’ così che hanno inizio i pellegrinaggi alla tomba dell’apostolo (peregrinatio ad limina sancti Jacobi), sia per chiedere una grazia o adempiere ad un voto che per una mera ricerca spirituale. Un flusso ininterrotto di migliaia di persone, provenienti anche da altri paesi, che si è spinto via via fino ai giorni nostri.

Venendo a noi, fermo restando che il Cammino è per tutti e che chiunque può cimentarsi purché lo vogliacammino 5 veramente, va sottolineato che non è indispensabile avere un’età o un fisico particolari. Quel che conta è appunto la volontà. Se poi, come nel nostro caso, verrà percorso assieme ad un gruppo di buoni ed affiatati compagni di viaggio con cui condividere la fatica e superare le difficoltà, allora il Vostro cammino diverrà non solo fattibile ma anche piacevole e gratificante. E non trascurando l’assidua e premurosa presenza/guida della mia persona e la meticolosa messa a punto dell’itinerario (tappe, chilometri, tempi di percorrenza, pause/soste, visite, ecc.), della logistica (trasferimento giornaliero del bagaglio, in modo da portare con sé uno zaino leggero), della sistemazione alberghiera (prenotazione delle camere presso hotel a 3 o 2 Stelle con trattamento di mezza pensione, per cenare e pernottare in completo relax), del servizio taxi di emergenza (disponibilità immediata su richiesta per fronteggiare imprevisti di sorta).

cammino 1Sì, lo so, qualcuno potrà obiettare che tutto questo non rientra propriamente nello spirito del pellegrino ma, beninteso, non mi sto rivolgendo a quanti, da soli o con amici, decidono di affrontare il cammino in piena libertà, vivendo alla giornata e confidando sulle proprie risorse, bensì a quella parte di pubblico maturo che, come me, ama viaggiare ma non l’avventura, predilige un escursionismo sicuro, guidato e senza eccessi, apprezza la sobrietà pur senza rinunciare alla  buona cucina e ad una camera confortevole. Quello stesso pubblico che però, per quanto fortemente motivato, è stato sinora frenato da dubbi, timori, remore.

Cammino_di_santiago_MAPPAIl programma del Cammino di Santiago, che sarà allestito e pubblicato a breve per assicurarsi con un certo anticipo la disponibilità delle camere in un periodo di alta stagione e di grande affluenza, va dal 29 Luglio all’11 Agosto 2017 e prevede il compimento in una dozzina giorni del primo tratto, da Roncesvalles a Burgos, del Camino Francés: in tutto 260 km. ovvero, mediamente, una ventina di chilometri per 5 ore al giorno.

Per ulteriori informazioni/approfondimenti non esitate a chiamarmi al 338 9642361.

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Ott 05 2016


Monte Athos, l’ultimo baluardo dell’isolamento spirituale si arrende all’incalzante globalizzazione.

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Da sempre attratto dalla sacralità e dal misticismo che da oltre mille anni emanano da questo luogo di preghiera e meditazione, roccaforte della pura tradizione ortodossa e cuore pulsante del suo esicasmo*, dove il tempo sembra essersi fermato tra rocce, strade sterrate, preziose icone, antichi manoscritti e barbuti volti di monaci, sono ouranopoli-pilgrims-bureaufinalmente riuscito a ritagliare un apposito spazio all’interno di un tour in Grecia e Macedonia organizzando una visita ad Ághion Óros alla guida d’un piccolo gruppo di interessati escursionisti. Ma ecco che, sin dall’arrivo mattutino a Ouranopoli, tappa d’obbligo per farsi traghettare verso l’approdo athonita, comincio ad avvertire uno strisciante senso di spaesamento, a causa dello stridente contrasto tra realtà supposta e quella vera, che mi farà compagnia per l’intero soggiorno. Infatti, una volta sbrigate le semplici formalità (riconoscimento e consegna del diamonitirion), vengo mio malgrado catapultato nel mezzo d’una massa informe e gesticolante di pellegrini-turisti che si accalcano davanti allo sgangherato sportello della compagnia di navigazione per tentare di accaparrarsi un biglietto. Tra questi si evidenziano alcuni monaci, barba e mani ben curate, che parlottano omonaco-in-taxi-boat smanettano con uno smartphone di ultima generazione (diabolica tentazione o strumento utile per questi anacoreti del XXI secolo?) mentre poco più in là altri si mettono frettolosamente alla guida d’un piccolo motoscafo oppure s’imbarcano senza indugi su un comodo e veloce taxi-boat: benché ostentando l’aplomb di un’impeccabile veste talare rigorosamente nera con il kamlavkion a falda appiattita cui si accompagnano, unici segni di distinzione, scarponcini e pesante zaino a tracolla.

Ebbene, nonostante qualche imprevisto (i traghetti del giorno sono tutti pieni), riusciamo comunque ad assicurarci un posto su una corsa straordinaria approdando al porticciolo di Dafni con una sola ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia prefissata. Qui è pronto un bus che, in poco più di mezz’ora su strada ora sterrata ora pavimentata karyes-storese ora asfaltata, ci porterà a Karyes, la capitale della Repubblica. La prima cosa che noto appena sceso sono i bar, le taverne ed i negozi (taluni con velleità di minimarket) che accolgono – e sopravvivono con – i numerosi pellegrini-turisti (320 mila lo scorso anno! Come dire, un’invasione di brulicanti cavallette che consumano, inquinano e sporcano il fragile eco-sistema) e subito dopo alcuni suv parcheggiati qui e là che, come paventato, appartengono agli stessi monaci. Mah. Ad ogni modo, dopo esserci rifocillati alla bell’e meglio, ci mettiamo subito in cammino per il primo dei monasteri, quello di Iviron, che ci ospiterà per la notte. Il percorso è piuttosto mal segnalato e, oltre alle mappe, bisogna fare leva non solo sul senso di orientamento proprio del vero trekker ma anche sul provvidenziale incontro con un monaco russo spuntato quasi dal nulla (non siamo soli!) che ci invita perentoriamente a salire sul suo pick-up per accompagnarci alla vicina dimora, non certo il misero e spoglio romitorio che ci si sarebbe aspettato ma piuttosto una moderna e confortevole villetta provvista di pannelli solari e antenna parabolica, e quindi indicarci l’imbocco dell’avito sentiero impropriamente nascosto dietro la stessa.

All’arrivo, nel tardo pomeriggio, è da poco terminato il vespro al katholikòn ed è quasi ora di cena. Pertanto l’archontaris suggerisce di accodarci agli altri pellegrini-turisti ospiti che si avviano sicuri verso il dirimpettaio trapeza dove verrà consumato il pasto secondo le (anacronistiche) rigide regole dell’Athos: in piedi davanti ai iviron-trapezalunghi tavoli apparecchiati, ancorché separati dai monaci, si attende l’ingresso dell’igumeno, preceduto da un sonoro scampanellìo, prima di accomodarsi sulle panche e cercare di ingurgitare quel che si può (si tratta di un menù per lo più vegetariano, fatto di pasta o riso con legumi e verdure, più pomodori, olive, frutta e vino rosso, che viene servito sia a mattina che a sera) nei 15 minuti in cui l’anagnòstis, recto tono, legge unanagnosticos passo dai libri sacri. Alla fine della lettura, un breve tintinnìo invita ad alzarsi e, subito dopo, a volgere sommessamente l’attenzione all’uscita dell’igumeno, prima di accingersi al personale commiato. Dopodiché ci viene assegnato un dormitorio (sei letti, provvisti di lenzuola, coperta, asciugamani e ciabatte) nell’apposita foresteria con camere e sala bagni in comune. Vale la pena sottolinearlo: per quanto “spartano” è tutto però rigorosamente pulito, soprattutto i bagni dove, a parte il bandito specchio (considerato un’inutile diavoleria) e l’acqua fredda, non manca il sapone, l’asciugatoio e la carta igienica.

I giorni che verranno, fatti salvi i percorsi più o meno impegnativi che collegano i monasteri prescelti, ricalcanosimonopetra_simantron pressoché tutti il solito trantran: prima colazione tra le 7:00 e le 9:00 (a seconda del luogo), piccolo ristoro d’accoglienza a metà giornata (un dolcetto, loukoumi, accompagnato da un bicchierino di tsìpouro o raki, specie di aperitivi alcolici ottenuti da vinacce, e da una caraffa di acqua fresca) e cena tra le 17:00 e le 18:00. Non trascurando che, tanto le funzioni religiose (l’orthros, prima dell’alba, e l’esperinos, nel tardo pomeriggio) quanto i pasti a seguire, vengono sempre scanditi dal tradizionale suono del talanton (di legno) e del simantron (di ferro). Al tramonto che, nella vigente ora bizantina, coincide con la mezzanotte, si provvede alla chiusura il portone principale che precede di qualche ora la ritirata in camera per il riposo notturno.

Questi, e solo questi, sono gli unici atti rituali mutuati dal lontano medio evo, giacché per il resto la vita dei monaci è tutt’altra cosa rispetto ad appena venti anni fa, quando mancava ancora l’energia elettrica. I monasteri monaco-in-pick-updi oggi, katholikòn a parte (l’unico luogo rimasto pressoché immutato), sono adeguatamente restaurati o in corso di restauro (beninteso, con i fondi dell’UE), peraltro non disdegnando allestimenti interni in ceramica decorata o legno pregiato e, tantomeno, arredamenti moderni e confortevoli che poco hanno a che fare con le scomodissime sedute d’antan. E poi, intorno ad ogni monastero, è un fiorire di case in muratura pluriaccessoriate e con giardino privato, appannaggio di chissà quale specie/gerarchia di monaci: probabilmente gli stessi che si possono permettere un fiammante fuoristrada e, di tanto in tanto, di viaggiare liberamente nel continente non certo per promuovere la religiosità del Sacro Monte ma per vendere vini e altri prodotti o, addirittura, pubblicare libri di cucina, come quello del monaco Epifanios (rampante quarantenne, cuoco e viticoltore). Insomma, per quanto mi dolga ammetterlo, di “quel” Monte Athos è rimasto ben poco e forse per ritrovare un po’ di misticismo bisogna spingersi fin sulla sua sacra cima, sperando che lassù non sia ancora arrivato il wi-fi. Concludo con un’immagine che m’è rimasta impressa: quasi una raffigurazione emblematica dell’odiernasimonos-petras-2 realtà athonita. E’ quella di un canuto anacoreta (come si evince dalla tonaca bianca, artatamente sudicia e lacerata) che, sulla coperta del grande traghetto che ci riporta a Ouranopoli, espone in vendita una grande varietà di souvenirs di scadente fattura (collanine, rosari, anelli, ecc.) ai tanti pellegrini-turisti. E amen.

Odisseo  

*L’esicasmo (dal greco hesychasmos, calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione) è una dottrina/pratica ascetica diffusa tra i monaci ortodossi fin dai tempi dei Padri del deserto (IV secolo). Scopo dell’esicasmo è la ricerca della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato. Gli esicasti praticano la cosiddetta “preghiera di Gesù o del cuore”, la cui descrizione è contenuta in un testo anonimo (probabilmente opera di un monaco dell’Athos) che raccomanda di rifugiarsi in un luogo solitario e tranquillo e di concentrarsi, senza lasciarsi distrarre da pensieri vani.

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