Ago 29 2017


Cartoline dal “Camino de Santiago”

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Da sempre ritengo che le immagini migliori sono quelle “scattate” con il terzo occhio, quello interiore; sono quelle che, fissate indelebilmente nella nostra memoria remota, pure a distanza di anni possiamo far riaffiorare (palinmnesi) riprovando la stessa sensazione di gioia o di dolore del primitivo, intimo sguardo. E sono sempre quelle che, a mio avviso, nessun apparecchio fotografico è in grado di catturare, incapace com’è di percepire e tantomeno impressionare il moto del cuore (eccitazione, turbamento, commozione) generato dalla loro visione. Premetto questo perché, ben sapendo che sul “cammino” si è detto di tutto e di più, nel compierne per la prima volta un buon tratto (da Pamplona a Burgos) in compagnia d’una dozzina di amici, ho preferito registrare talune significative immagini che qui e là hanno sorpreso/colpito l’allenato spirito d’attento osservatore e, credo, degne di essere riportate così: a guisa di vere e proprie cartoline illustrate con l’ausilio e l’efficacia delle parole (*). Spero di esservi riuscito.

CICOGNE. Sapevo che in Spagna, come pure in Portogallo, non è insolito imbattersi nei grandi nidi che questi splendidi volatili prediligono costruire sul comignolo di un camino, sul campanile di una chiesa o sull’improbabile basamento aereo di un traliccio dell’alta tensione, oltretutto, specialmente nella stagione estiva, ravvivati dalla presenza dei piccoli. Ma come non restare attoniti alla vista d’un bellissimo esemplare che dal nido s’è improvvisamente librato in volo proprio sopra la mia testa, oscurando per un (lungo, interminabile) attimo la stretta luce della stradina di un centro abitato che ci si apprestava ad attraversare? Non so quanti di voi, da adolescenti, hanno avuto la ventura di sdraiarsi supini sul prato al limitare della pista d’un aeroporto e sogguardare da vicino la pancia dei giganteschi aeromobili appena decollati: ebbene, ancorché a distanza di parecchi lustri, la sensazione di meraviglia è stata verosimilmente la stessa.

VALLATE DELLA RIOJA. Questa regione, nota come la tierra del pan y del vino (simboli eucaristici), è caratterizzata da vaste e sconfinate vallate con enormi appezzamenti dediti soprattutto alla coltura del grano e della vite. In pratica è come ritrovarsi nel bel mezzo di un tranquillo mare verde-oro, interrotto solo dalla distante cornice di montagne azzurre come il cielo, dove lo sguardo si lascia volentieri naufragare per tornare, rigenerato, a soffermarsi su quei particolari sfuggenti a tutta prima eppure così emblematici, sia per la geometria che per i contenuti del quadro d’insieme. In primis, l’apposita potatura dei giovani tralci di vite che compongono gli innumerevoli filari, sì da farli crescere piuttosto bassi per sopportare meglio l’impetuosità dei venti (il poniente dell’Atlantico e la tramontana dei Pirenei) che, soprattutto in primavera ed autunno, flagellano la zona; e poi, la meticolosa defoliazione manuale della parte alta del graspo per consentire un’uniforme maturazione degli erubescenti grappoli d’uva.

DAINI. Confesso che, avendo sin qui osservato da vicino solo un esemplare maschio da poco stroncato da un malanno, il ripetuto incontro (ben due volte in pochi giorni) con questo magnifico e timido cervide mi ha particolarmente entusiasmato. La prima occasione si è presentata in una tarde assolata allorquando, di rientro assieme ad un (vecchio) amico di Roma appassionato di fotografia, sulla lunga e tormentata sterrata che dalla provinciale appena fuori Viana conduce all’ipogeo megalitico di Longar (notevole, poco più in alto del sito funerario di oltre 4.500 anni fa, l’altare rituale formato da tre grandi lastre sovrapposte in pietra rozzamente tagliata  e levigata), vediamo correre proprio davanti a noi e per una buona manciata di secondi tre femmine di daino prima di inoltrarsi nella boscaglia. L’altra si propone mentre, camminando lungo il sentiero di una ventosa valle della Castiglia-León, mi trovo a volgere distrattamente lo sguardo a destra, in direzione d’un campo di grano appena mietuto: quale sorpresa nell’avvistare a poche centinaia di metri un grosso daino (sempre femmina) che, dapprima, sembra indugiare con il muso in giù incurante della mia presenza, e poi, comincia a saltellare con disinvolta leggerezza guadagnando in fretta l’altura antistante.

CHIESE. Da sempre appassionato cultore dell’arte e dell’architettura medievali che, a mio avviso, raggiungono la massima espressione nel romanico, sia quando questo stile proprio della cultura latina mutua l’iconografia musiva di quella bizantina (alto medioevo) che, o soprattutto, quando a partire dal Duecento assurge al sublime mettendo in luce quella purezza delle forme così armoniosamente appropriata/funzionale ad un edificio sacro, ad una “domus Dei”. Perciò, da una parte, quantunque non prediliga la sontuosità e il virtuosismo del gotico – peraltro, di matrice nordica ergo estraneo alla nostra cultura – e meno che mai l’esasperato, tronfio e decadente simbolismo del barocco; e dall’altra, pure avendo per certi versi apprezzato le varie e prestigiose architetture religiose presenti lungo il percorso: dal plateresco (un sorta di gotico spagnolo frammisto all’arabo) chiostro del monastero di Santa María la Real di Nájera alla monumentalità gotica, manierista e baroccheggiante della cattedrale di Burgos, non sorprenderà più di tanto se affermo di essere stato particolarmente colpito/rapito dall’enigmatico romanico della chiesa del Santo Sepulcro di Torres del Río, la cui singolare armonia delle forme, pure avocando a sé stilemi dell’arte ispano-araba (volta a nervature incrociate), cistercense (ampio respiro e sobrietà delle linee) e templare (pianta ottagonale), tende al raggiungimento della perfezione architettonica come in pochi altri esempi del genere presenti in Navarra (ermita de Eunate).

PELLEGRINI. Nella tarda e calda mattinata del terzo giorno, prima di accingerci a superare il lungo tratto (12 km.) privo di fonti e di centri abitati che ci separava da Los Arcos, ci eravamo fermati per una breve e salutare sosta di approvvigionamento a Villamayor de Monjardin che, alla stregua degli altri, è un paesino di pochi casoni lindi e pinti (cari a Hemingway che, più d’una volta, vi ha soggiornato) raccolti tutt’intorno ad una chiesetta e all’apparenza assonnato, quasi privo di vita, fatti salvi il piccolo bar o il negozietto tuttofare sempre aperti e a disposizione dei pellegrini, loro unica e vitale risorsa. Mi ero quindi spostato a sorseggiare un fresco zumo de naranja in una zona d’ombra dove già sostavano altri pellegrini, quando il mio curioso ma discreto sguardo viene attirato dalla figura minuta d’una ragazza accovacciata gambe incrociate sulla panchina che, volgendosi casualmente verso di me, mostra il grazioso e fanciullesco ovale del viso contornato da un caschetto di capelli dorati. Nell’avvicinarla appuro che era francese, d’un paesino della Provenza, e che, assieme al suo compagno – mi addita un giovane alto e segaligno che, poco in là, stava placidamente appoggiato ad un albero –, intendeva proseguire fino a Santiago de Compostela. Dunque, au revoir. Ma nel salutarla non potevo di sicuro immaginare che l’avrei rivista così presto.

Infatti, dopo alcune ore di cammino, compiute per lo più lungo l’altalenante sentiero ricavato in uno spartiacque argilloso che senza soluzione di continuità attraversa paesaggi sempre più desolati e desolanti, mentre ci stavamo rifocillando in una di quelle provvidenziali oasi di descanso per i pellegrini, messe su alla buona dall’iberico estro, con gazebo, sedute e bevande ghiacciate, grande è stato lo stupore nello scorgere in lontananza una minuscola sagoma che, forse per lo zaino così carico da sovrastarla oppure per il caldo torrido del pomeriggio (più di 40°), avanzava vistosamente barcollando. Inforcato il binocolo inquadro e riconosco subito la povera, zigzagante francesina che rischiava un mancamento da un momento all’altro e, un po’ staccato dietro di lei, l’imperturbabile e indifferente “compagno”. A questo punto, mosso da un istintivo afflato di tenera e paterna solidarietà, dopo averne più volte richiamato l’attenzione invitandola a fermarsi, stavo per andarle incontro, per soccorrerla: quand’ecco il nostro rattenerla bruscamente intimando con inequivocabile fraseggio francese di non rompere …. e di andare avanti, e lei, sia pure con una certa riluttanza, seguirlo di buon grado. Mah, chissà quale recondita ragione spinge una coppia così male assortita e povera-di-spirito a intraprendere un simile viaggio. In ogni caso – mi sono detto –, buen camino e che Sant’Iago li assista!

(*) Le foto impaginate sono di repertorio e servono solo a rendere più dinamico e fruibile il testo.

Una buona parte della simpatica ed eterogenea compagine di camminatori (da sinistra: Ermanno, Giuliana, Ornella, Lorenzo, Alberto, Marie-Christine, Odisseo e Anna Rosa).

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Feb 09 2017


Con Odisseo sul Cammino di Santiago

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Le origini del Cammino risalgono al medioevo e sono strettamente legate al ritrovamento della presunta tomba di Giacomo il Maggiore. Si narra infatti che nell’813 al frate eremita Pelayo, in seguito alla visione del rovescio d’una pioggia di stelle sopra una collina, sia apparso in sogno l’apostolo Giacomo che gli avrebbe indicato il luogo come quello della sua sepoltura. La scoperta del sepolcro porterà, dapprima, all’edificazione di una piccola chiesa attorno alla quale, subito dopo, si svilupperà una cittadina chiamata appunto Santiago de Compostela (da campus stellæ). cammino 2Ma non va trascurato che in quel tempo la Spagna era per lo più occupata dai musulmani, che la stessa Santiago de Compostela è stata assediata e distrutta nel 997 e che, secondo la tradizione, San Giacomo sarebbe venuto più volte in soccorso dei cristiani, tanto da meritarsi il titolo di “santo-guerriero” e divenire il simbolo stesso della riconquista. E’ così che hanno inizio i pellegrinaggi alla tomba dell’apostolo (peregrinatio ad limina sancti Jacobi), sia per chiedere una grazia o adempiere ad un voto che per una mera ricerca spirituale. Un flusso ininterrotto di migliaia di persone, provenienti anche da altri paesi, che si è spinto via via fino ai giorni nostri.

Venendo a noi, fermo restando che il Cammino è per tutti e che chiunque può cimentarsi purché lo vogliacammino 5 veramente, va sottolineato che non è indispensabile avere un’età o un fisico particolari. Quel che conta è appunto la volontà. Se poi, come nel nostro caso, verrà percorso assieme ad un gruppo di buoni ed affiatati compagni di viaggio con cui condividere la fatica e superare le difficoltà, allora il Vostro cammino diverrà non solo fattibile ma anche piacevole e gratificante. E non trascurando l’assidua e premurosa presenza/guida della mia persona e la meticolosa messa a punto dell’itinerario (tappe, chilometri, tempi di percorrenza, pause/soste, visite, ecc.), della logistica (trasferimento giornaliero del bagaglio, in modo da portare con sé uno zaino leggero), della sistemazione alberghiera (prenotazione delle camere presso hotel a 3 o 2 Stelle con trattamento di mezza pensione, per cenare e pernottare in completo relax), del servizio taxi di emergenza (disponibilità immediata su richiesta per fronteggiare imprevisti di sorta).

cammino 1Sì, lo so, qualcuno potrà obiettare che tutto questo non rientra propriamente nello spirito del pellegrino ma, beninteso, non mi sto rivolgendo a quanti, da soli o con amici, decidono di affrontare il cammino in piena libertà, vivendo alla giornata e confidando sulle proprie risorse, bensì a quella parte di pubblico maturo che, come me, ama viaggiare ma non l’avventura, predilige un escursionismo sicuro, guidato e senza eccessi, apprezza la sobrietà pur senza rinunciare alla  buona cucina e ad una camera confortevole. Quello stesso pubblico che però, per quanto fortemente motivato, è stato sinora frenato da dubbi, timori, remore.

Cammino_di_santiago_MAPPAIl programma del Cammino di Santiago, che sarà allestito e pubblicato a breve per assicurarsi con un certo anticipo la disponibilità delle camere in un periodo di alta stagione e di grande affluenza, va dal 29 Luglio all’11 Agosto 2017 e prevede il compimento in una dozzina giorni del primo tratto, da Roncesvalles a Burgos, del Camino Francés: in tutto 260 km. ovvero, mediamente, una ventina di chilometri per 5 ore al giorno.

Per ulteriori informazioni/approfondimenti non esitate a chiamarmi al 338 9642361.

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Ott 05 2016


Monte Athos, l’ultimo baluardo dell’isolamento spirituale si arrende all’incalzante globalizzazione.

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Da sempre attratto dalla sacralità e dal misticismo che da oltre mille anni emanano da questo luogo di preghiera e meditazione, roccaforte della pura tradizione ortodossa e cuore pulsante del suo esicasmo*, dove il tempo sembra essersi fermato tra rocce, strade sterrate, preziose icone, antichi manoscritti e barbuti volti di monaci, sono ouranopoli-pilgrims-bureaufinalmente riuscito a ritagliare un apposito spazio all’interno di un tour in Grecia e Macedonia organizzando una visita ad Ághion Óros alla guida d’un piccolo gruppo di interessati escursionisti. Ma ecco che, sin dall’arrivo mattutino a Ouranopoli, tappa d’obbligo per farsi traghettare verso l’approdo athonita, comincio ad avvertire uno strisciante senso di spaesamento, a causa dello stridente contrasto tra realtà supposta e quella vera, che mi farà compagnia per l’intero soggiorno. Infatti, una volta sbrigate le semplici formalità (riconoscimento e consegna del diamonitirion), vengo mio malgrado catapultato nel mezzo d’una massa informe e gesticolante di pellegrini-turisti che si accalcano davanti allo sgangherato sportello della compagnia di navigazione per tentare di accaparrarsi un biglietto. Tra questi si evidenziano alcuni monaci, barba e mani ben curate, che parlottano omonaco-in-taxi-boat smanettano con uno smartphone di ultima generazione (diabolica tentazione o strumento utile per questi anacoreti del XXI secolo?) mentre poco più in là altri si mettono frettolosamente alla guida d’un piccolo motoscafo oppure s’imbarcano senza indugi su un comodo e veloce taxi-boat: benché ostentando l’aplomb di un’impeccabile veste talare rigorosamente nera con il kamlavkion a falda appiattita cui si accompagnano, unici segni di distinzione, scarponcini e pesante zaino a tracolla.

Ebbene, nonostante qualche imprevisto (i traghetti del giorno sono tutti pieni), riusciamo comunque ad assicurarci un posto su una corsa straordinaria approdando al porticciolo di Dafni con una sola ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia prefissata. Qui è pronto un bus che, in poco più di mezz’ora su strada ora sterrata ora pavimentata karyes-storese ora asfaltata, ci porterà a Karyes, la capitale della Repubblica. La prima cosa che noto appena sceso sono i bar, le taverne ed i negozi (taluni con velleità di minimarket) che accolgono – e sopravvivono con – i numerosi pellegrini-turisti (320 mila lo scorso anno! Come dire, un’invasione di brulicanti cavallette che consumano, inquinano e sporcano il fragile eco-sistema) e subito dopo alcuni suv parcheggiati qui e là che, come paventato, appartengono agli stessi monaci. Mah. Ad ogni modo, dopo esserci rifocillati alla bell’e meglio, ci mettiamo subito in cammino per il primo dei monasteri, quello di Iviron, che ci ospiterà per la notte. Il percorso è piuttosto mal segnalato e, oltre alle mappe, bisogna fare leva non solo sul senso di orientamento proprio del vero trekker ma anche sul provvidenziale incontro con un monaco russo spuntato quasi dal nulla (non siamo soli!) che ci invita perentoriamente a salire sul suo pick-up per accompagnarci alla vicina dimora, non certo il misero e spoglio romitorio che ci si sarebbe aspettato ma piuttosto una moderna e confortevole villetta provvista di pannelli solari e antenna parabolica, e quindi indicarci l’imbocco dell’avito sentiero impropriamente nascosto dietro la stessa.

All’arrivo, nel tardo pomeriggio, è da poco terminato il vespro al katholikòn ed è quasi ora di cena. Pertanto l’archontaris suggerisce di accodarci agli altri pellegrini-turisti ospiti che si avviano sicuri verso il dirimpettaio trapeza dove verrà consumato il pasto secondo le (anacronistiche) rigide regole dell’Athos: in piedi davanti ai iviron-trapezalunghi tavoli apparecchiati, ancorché separati dai monaci, si attende l’ingresso dell’igumeno, preceduto da un sonoro scampanellìo, prima di accomodarsi sulle panche e cercare di ingurgitare quel che si può (si tratta di un menù per lo più vegetariano, fatto di pasta o riso con legumi e verdure, più pomodori, olive, frutta e vino rosso, che viene servito sia a mattina che a sera) nei 15 minuti in cui l’anagnòstis, recto tono, legge unanagnosticos passo dai libri sacri. Alla fine della lettura, un breve tintinnìo invita ad alzarsi e, subito dopo, a volgere sommessamente l’attenzione all’uscita dell’igumeno, prima di accingersi al personale commiato. Dopodiché ci viene assegnato un dormitorio (sei letti, provvisti di lenzuola, coperta, asciugamani e ciabatte) nell’apposita foresteria con camere e sala bagni in comune. Vale la pena sottolinearlo: per quanto “spartano” è tutto però rigorosamente pulito, soprattutto i bagni dove, a parte il bandito specchio (considerato un’inutile diavoleria) e l’acqua fredda, non manca il sapone, l’asciugatoio e la carta igienica.

I giorni che verranno, fatti salvi i percorsi più o meno impegnativi che collegano i monasteri prescelti, ricalcanosimonopetra_simantron pressoché tutti il solito trantran: prima colazione tra le 7:00 e le 9:00 (a seconda del luogo), piccolo ristoro d’accoglienza a metà giornata (un dolcetto, loukoumi, accompagnato da un bicchierino di tsìpouro o raki, specie di aperitivi alcolici ottenuti da vinacce, e da una caraffa di acqua fresca) e cena tra le 17:00 e le 18:00. Non trascurando che, tanto le funzioni religiose (l’orthros, prima dell’alba, e l’esperinos, nel tardo pomeriggio) quanto i pasti a seguire, vengono sempre scanditi dal tradizionale suono del talanton (di legno) e del simantron (di ferro). Al tramonto che, nella vigente ora bizantina, coincide con la mezzanotte, si provvede alla chiusura il portone principale che precede di qualche ora la ritirata in camera per il riposo notturno.

Questi, e solo questi, sono gli unici atti rituali mutuati dal lontano medio evo, giacché per il resto la vita dei monaci è tutt’altra cosa rispetto ad appena venti anni fa, quando mancava ancora l’energia elettrica. I monasteri monaco-in-pick-updi oggi, katholikòn a parte (l’unico luogo rimasto pressoché immutato), sono adeguatamente restaurati o in corso di restauro (beninteso, con i fondi dell’UE), peraltro non disdegnando allestimenti interni in ceramica decorata o legno pregiato e, tantomeno, arredamenti moderni e confortevoli che poco hanno a che fare con le scomodissime sedute d’antan. E poi, intorno ad ogni monastero, è un fiorire di case in muratura pluriaccessoriate e con giardino privato, appannaggio di chissà quale specie/gerarchia di monaci: probabilmente gli stessi che si possono permettere un fiammante fuoristrada e, di tanto in tanto, di viaggiare liberamente nel continente non certo per promuovere la religiosità del Sacro Monte ma per vendere vini e altri prodotti o, addirittura, pubblicare libri di cucina, come quello del monaco Epifanios (rampante quarantenne, cuoco e viticoltore). Insomma, per quanto mi dolga ammetterlo, di “quel” Monte Athos è rimasto ben poco e forse per ritrovare un po’ di misticismo bisogna spingersi fin sulla sua sacra cima, sperando che lassù non sia ancora arrivato il wi-fi. Concludo con un’immagine che m’è rimasta impressa: quasi una raffigurazione emblematica dell’odiernasimonos-petras-2 realtà athonita. E’ quella di un canuto anacoreta (come si evince dalla tonaca bianca, artatamente sudicia e lacerata) che, sulla coperta del grande traghetto che ci riporta a Ouranopoli, espone in vendita una grande varietà di souvenirs di scadente fattura (collanine, rosari, anelli, ecc.) ai tanti pellegrini-turisti. E amen.

Odisseo  

*L’esicasmo (dal greco hesychasmos, calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione) è una dottrina/pratica ascetica diffusa tra i monaci ortodossi fin dai tempi dei Padri del deserto (IV secolo). Scopo dell’esicasmo è la ricerca della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato. Gli esicasti praticano la cosiddetta “preghiera di Gesù o del cuore”, la cui descrizione è contenuta in un testo anonimo (probabilmente opera di un monaco dell’Athos) che raccomanda di rifugiarsi in un luogo solitario e tranquillo e di concentrarsi, senza lasciarsi distrarre da pensieri vani.

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Set 23 2015


Odisseo presenta EREMOS, eremi e chiese rupestri d’Italia.

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Mag 11 2015


Bhutan, il paese dell’ultima utopia.

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E’ stato definito in vari modi: terra di mezzo, ultimo paradiso, regno della felicità, paese da fiaba. Per me il Bhutan è il paese della perfetta armonia tra i pochi abitanti e la preponderante e mistica natura, e per certi versi è anche il tópos dell’ultima utopia verosimilmente compiuta. Quando si giunge all’aeroporto di Paro, uno dei pochi al mondo in cui ancora si atterra a vista, il Bhutan ti accoglie, e ti sorprende, con un silenzio ed una quiete assordanti. Nessun vociare, non il fastidioso suono d’un clacson o d’una sirena ma solo il tran-tran ordinatissimo della gente che si muove a piedi, in moto o in auto lungo le strade della cittadina. Insomma, d’acchito, si ha l’impressione di trovarsi catapultati in un luogo sospeso in un tempo/spazio indefinito, ancorché visibilmente incastonato tra gli alti picchi ed i ghiacciai perenni della catena himalayana; in un mondo che all’apparenza sembra disinteressarsi di ciò che accade al di fuori dei suoi confini, gelosamente ancorato com’è all’intreccio inesplicabile di storie e leggende che caratterizza la cultura profondamente buddhista (“La pace viene da dentro; perciò non cercarla fuori”, Siddharta di H. Hesse); in una natura di struggente bellezza, dove foreste pluviali di alti fusti, inframmezzati da giganteschi rododendri rossi, rosa e bianchi, si alternano a rigogliose vallate solcate da fiumi e dotate di arditi e degradanti terrazzamenti per la coltivazione del riso.

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E’ il Paese che, denegando stili di vita e modelli di sviluppo propri del mondo cosiddetto progredito, ha preferito perseguire la ricerca della felicità, una sorta di benessere più mentale/psichico che materiale solidalmente condiviso dalla collettività a prescindere dalla condizione sociale; e che solo alla fine degli anni Novanta ha timidamente deciso di uscire da un lungo medioevo aprendo all’elettricità, alla TV via cavo, alla telefonia mobile, a internet, al turismo (40-50 mila presenze all’anno rispetto agli sparuti gruppi di curiosi turisti degli anni Settanta-Ottanta in cerca di esotismo ed esoterismo). Ed è lo stesso Paese che, pressoché ultimo al mondo, tenta strenuamente di preservare la propria cultura dalle influenze esterne e dalla globalizzazione imperante, con il divieto di importare e vendere tabacco e superalcolici, con l’uso per legge degli abiti tradizionali sin dalla tenera età per evitare/limitare lo smercio nei mercatini di jeans e t-shirt di stampo occidentale o made in China, con la totale assenza di ogni forma di pubblicità (cartelloni, poster, volantini, ecc.), con l’uso corrente della lingua ufficiale, lo dzongkha, sia pure ultimamente affiancata dall’inglese (obbligatorio a partire dai 6 anni).

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Ma il Druk Yul o terra del drago tonante è anche il Paese delle contraddizioni. In una striscia di terra grande quanto la Svizzera e stretta all’ombra di due giganti come la Cina e l’India, 750 mila persone vivono con appena 200 dollari al mese; nonostante sia un Paese indubbiamente povero (le uniche risorse sono l’energia idroelettrica ed il legno delle grandi foreste) non vengono imposte tasse o tributi, se non per talune attività agricole, e l’assistenza sanitaria e l’istruzione sono gratuite;  lo sport più diffuso è il tiro con l’arco, ma il Bhutan vanta anche una nazionale di calcio sia pure all’ultimo posto nella classifica FIFA; la pornografia è bandita, ma sulle facciate delle case compare spesso dipinto un enorme fallo, simbolo apotropaico di fertilità; il numero dei monaci supera di gran lunga quello dei soldati; i bhutanesi non possono scambiarsi baci o altre effusioni d’affetto in pubblico ma possono avere quattro mogli o mariti; l’omosessualità non solo è illegale ma è addirittura inconcepibile, pur tuttavia si ha ancora paura delle sirene che dormono in fondo ai fiumi (!); non vi sono animali considerati domestici o tenuti al guinzaglio, e i tanti cani che pure vivono liberi e paciosi sono assistiti/protetti come un bene comune.

Gli dzong e le ruote di preghiera.

Le ruote di preghiera, vero e proprio mantra buddhista, contengono dei testi sacri scritti all’interno e quando si fanno girare è come recitare la preghiera in assoluto più completa. Non si fermano mai e si trovano un po’ dovunque, in basso ed in alto, ma soprattutto negli dzong. Come quelle due grandi che precedono il bellissimo ponte levatoio in legno per l’accesso allo splendido dzong di Punakha, strategicamente posto alla confluenza dei due fiumi (Mo Chhu, madre, e Po Chhu, padre) dietro l’abbacinante lilla di alcuni grandi alberi di jacaranda e accompagnato da giganteschi e pullulanti alveari che, agitati da un ininterrotto movimento d’ali, si contraggono e si espandono offrendo un vero spettacolo della natura “amica” del Bhutan. Il Punakha Dzong, immortalato dal maestro Bernardo Bertolucci nel suo “Il piccolo Buddha”, sicuramente l’esempio di monastero fortificato più imponente e rappresentativo del Bhutan, è una delle maggiori attrazioni del Paese assieme al Chimi Lhakhang, il tempio della fertilità, dove si recano le coppie che non riescono ad avere figli, ed al Taktsang o tana della tigre, il monastero magicamente arroccato su un dirupo a 900 metri dalla sottostante valle, cui si giunge dopo aver percorso un lungo e tortuoso sentiero (da quota 2.600 a 3.200 m/slm) in mistica e purificante salita. Perché, come amava ricordare T. Terzani, “Solo nella salita c’è speranza. E’ difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, e ti tiene all’erta”.

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Bellezza, gentilezza e dignità di un piccolo popolo.

E non posso concludere senza menzionare taluni aspetti d’un popolo che hanno colpito la mia pure avvezza sensibilità d’osservatore. Per cominciare l’esotica leggiadria delle donne bhutanesi, elegantemente avvolte negli abiti tradizionali, con occhi lievemente mandorlati e senza un filo di trucco,  la figura agile, snella e flessuosa, e sempre pronte a regalarti quel sorriso smagliante ed accattivante che viene dal cuore: un gesto autenticamente schietto capace di sedurre ed affascinare chiunque. E poi la decorosa dignità dell’ultimo dei poveri vegliardi che si può incontrare, lungi dall’ostentare la propria condizione come strumento di compassione ma anche in questo caso dispensando uno schivo ma gentile sguardo all’estraneo di passaggio. Infine la grande tolleranza dei monaci buddhisti, rispettosi della regola non scritta che l’ospite è sempre “sacro” e perciò gradito, tanto da invitarlo a partecipare alle loro preghiere e ringraziarlo all’uscita dal tempio con un’offerta di frutti.

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Ecco, questo è il Bhutan, terra di miti e di antiche credenze cui ci si aggrappa per avere più fiducia nel domani. Dove la felicità (quella sorta di riuscito amalgama tra serenità, pace e armonia) deriva dal non avere poco né volere troppo: basta accontentarsi. E’ sicuramente questo il Paese dell’ultima, possibile utopia. Ma per quanto potrà resistere?

Odisseo

Reports del trekking-tour di primavera 2015.

“Con piacere colgo l’occasione di ringraziare per l’attenzione e la professionalità con cui avete gestito assieme a Rashid la situazione. Io e mia moglie abbiamo sempre avuto l’impressione che pure in una situazione di incertezza avevate il controllo e varie soluzioni, e quindi avevamo fiducia che ci avreste guidato verso quella migliore. Tutto questo ci ha permesso di godere appieno senza ansietà un viaggio davvero straordinario; ovviamente il pensiero della tragedia per tante persone così sfiorata anche da noi ci ha seguito è segnato per tutto il periodo e forse ancora adesso. Curate le sistemazioni e molto buone le guide locali. Quindi in conclusione spero di avere ancora occasione di viaggiare con la vostra organizzazione. Un saluto”.
Alessandro Brighenti

“Buongiorno, siamo stati fortunati nella tempistica in quanto al momento della prima forte scossa a Khatmandu eravamo al sicuro nel nostro bell’albergo antisismico. La guida Rashid si è comportato con molta professionalità e umanità caratteristiche preziose. Per il resto il viaggio è proseguito fluidamente senza altri problemi. E’ stato un viaggio molto interessante. Organizzazione ottima. Sicuramente ci rivedremo. Grazie”.
Massimo Ruggieri (uniroma1)

“Siamo felicemente tornati dal viaggio in viaggio in Bhutan. Rashid e le guide locali sono stati veramente efficienti e simpatici e i disagi del terribile terremoto che ha colpito il Nepal sono stati ridotti al minimo. Il viaggio e’ stato ben organizzato e interessante. Grazie per il supporto da Roma. Cordiali saluti”.
Giovanni Simonelli (FAO)

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Lug 09 2014


Armenia, un paese “da cartolina” ancorato tra mito e realtà.

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Premesso che, nonostante sia relativamente vicino a noi, di questo piccolo, meraviglioso Paese incastonato tra i monti a sud del Caucaso (metà della superficie ha un’altitudine media di 2.000 m/slm), della sua storia millenaria e della sua immensa cultura, si sa davvero poco. Forse perché attrae/predilige un ospite di nicchia e non è ancora, per fortuna, contaminato dal turismo di massa.

Hayasta, il nome con cui gli armeni ancora oggi chiamano il loro Paese, deriva da Hayk, secondo la tradizione, discendente diretto di quel biblico Noè che, alla fine del diluvio universale, approdò con la sua arca sul monte Ararat, l’imponente montagna che domina il paesaggio dalla parte in cui il Paese confina con la Turchia. Ed è proprio alle pendici di questo monte che san Gregorio Illuminatore nel 301 d.C. riuscirà a convertire il re e l’intera nazione al Cristianesimo, facendo così dell’Armenia la “culla del Cristianesimo”, quale primo paese al mondo ad averlo adottato come religione di Stato.

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Pur tuttavia, quantunque la cristianità rappresenti da sempre un vero caposaldo dell’identità armena, sopravvivono ancora delle tradizioni pagane, come ad esempio quella del matagh, il sacrificio di un animale (gallina, pecora o maiale) per invocare l’aiuto divino, e oltretutto praticato in uno dei più importanti monasteri, quello di Khor Virap (in armeno significa “prigione in profondità”), lo stesso dove san Gregorio, imprigionato e incatenato per tredici anni in una cripta sotterranea, venne tenuto in vita da alcune donne che di nascosto gli portavano, appunto, del cibo. O quell’altra della Candelora, atta a rievocare la presentazione di Gesù al Tempio mediante l’accensione collettiva di candele e fiaccole benedette, da cui è mutuata la pratica di servirsi del loro fuoco per illuminare altre candele da portare nelle case delle coppie sposate da un anno, obbligandole a saltare sopra le fiamme per liberarsi dagli spiriti maligni.

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Ma l’Armenia è soprattutto un Paese di antichi monasteri, costruiti per lo più in tufo, basalto e granito, materiali litici di cui è ricco. D’altro canto l’architettura religiosa armena è basata sulla solidità e sobrietà, al contrario di quella bizantina cui spesso viene erroneamente assimilata, e gli unici elementi decorativi che propone sono gli eleganti lavori di incisione sulla pietra viva, o le nicchie e i khachkar, allocati nei muri delle chiese. In particolare questi ultimi, letteralmente croci-di-pietra, sono lastre di tufo su cui vengono scolpiti simboli cristiani come, ad esempio, la croce con la base fiorita ad evocare la continuità della vita. Un tipico esempio di architettura medievale è il monastero di Geghard, situato in fondo ad uno stretto e spettacolare canyon lungo il quale scorre il fiume Azat. Geghard significa “monastero della lancia” poiché si dice che proprio lì veniva custodita la lancia con cui fu trafitto il costato di Cristo, ora esposta nel tesoro di Echmiadzin. Più a sud, quasi al confine con il Nagorno Karabakh, si trova Tatev, di recente collegato a Goris dalla funivia più lunga del mondo (circa 6 km.), un complesso monastico fortificato con una cinta di imponenti mura provviste di camminamenti dai quali è possibile ammirare il panorama mozzafiato sulla valle sottostante. Più a est, sulla penisola di Sevan, affacciato sull’omonimo lago, si trova Sevanavank, uno dei luoghi più significativi per la storia e la cultura armene. Fondato da san Gregorio Illuminatore, dopo il saccheggio e la distruzione perpetrati dall’invasione mongola, fu ricostruito nella prima metà del XV secolo ma, durante il regime sovietico, le sue pietre vennero utilizzate per costruire una grande casa di riposo. E solo negli anni ’90 un accurato restauro lo riporterà all’antico splendore.

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Il Tempio di Garni è, invece, l’unico edificio pagano ancora esistente, a testimonianza della grande influenza che l’arte e la cultura ellenistiche hanno esercitato in questo Paese. E’ costruito nel rispetto dei principi di quella geometria sacra, poi perfezionata dai pitagorici nella Grecia antica, secondo cui era possibile mettere insieme/accostare in un unicum armonico numeri e forme. L’idea di base era quella di coniugare ed unificare l’umanità con il cosmo; ai numeri sacri veniva infatti attribuito un significato esoterico e se utilizzati in determinate combinazioni, gli dei non solo si sarebbero placati ma avrebbero altresì favorito l’accesso del nuovo membro (o iniziato) nella grande famiglia metafisica.    

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E non trascurando, infine, che ad un patrimonio artistico e culturale di prim’ordine, caratterizzato com’è da architetture religiose impreziosite da sacre icone e croci monumentali, biblioteche ricche di antichissimi manoscritti, possenti fortezze medievali e straordinari siti archeo-rupestri, fanno da contraltare paesaggi sempre mutevoli, estesi campi di grano, innumerevoli corsi d’acqua, valli rigogliose, steppe erbose e macchie boschive, sulla cui descrizione (che, peraltro, richiederebbe uno spazio a sé) preferisco non soffermarmi per non privare lo spettatore anche più smaliziato dell’effetto sorpresa.

Odisseo 

Reports del trekking-tour di Giugno ’14.

“Vi scrivo appena arrivata a Palermo e prima di essere inghiottita dal solito frenetico tran tran. Il nostro viaggio in ARMENIA è stato bellissimo, si tratta di una formula straordinariamente efficace. Ci sono piaciuti i posti, il trekking, il cibo, la cultura e la religiosità degli armeni. Abbiamo potuto apprezzare tutto questo grazie a Vahe, la nostra guida, una persona davvero fuori dal comune. Siamo stati informati, le nostre esigenze (e i capricci) hanno ricevuto sempre risposta, siamo stati coccolati con ciliegie, dolciumi e cognac, abbiamo ricevuto un regalo di addio (un calendario e dei cioccolatini) e l’ultima sera abbiamo mangiato una torta con tutti i nostri nomi. Si è creato subito un buon affiatamento tra di noi che, se fossi in Voi, non lascerei spegnere. Proponeteci un altro viaggio come questo e saremo felici di ripartire. Grazie a Voi abbiamo trascorso degli indimenticabili giorni felici.  Un saluto cordialissimo.”

Giovanna Fiume (unipa) ed Alessio Campione

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“Di ritorno dal nostro viaggio in Armenia io e mia moglie non possiamo far altro che complimentarci con gli organizzatori. E’ stato un bellissimo viaggio ricco di emozioni durante il quale abbiamo imparato a conoscere ed amare l’Armenia. Il gruppo è stato molto affiatato. Ma soprattutto il merito di tutto va senz’altro alla nostra guida Vahe, che veramente ci ha insegnato tanto e ci ha coccolato anche tanto. Non posso fare altro che associarmi a quanto detto da Giovanna Fiume nel suo commento. Vahe ci ha fatto conoscere, leggendocele, poesie di poeti armeni che sicuramente nessuno di noi avrebbe avuto un’altra opportunità per conoscerli. Vahe ci ha anche emozionato facendoci ascoltare un coro di voci all’interno di un monastero, l’ultimo che abbiamo visitato: è stato un momento assolutamente intenso e toccante. Speriamo di avere qualche altra esperienza similare, magari con lo stesso gruppo. Grazie ancora e cordiali saluti.”

 Eleonora e Salvatore Ragusa (unipa)

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“Non possiamo che associarci a quanto scritto da Salvatore e da Giovanna. Abbiamo passato tanti giorni indimenticabili in un gruppo ben affiatato e con Vahe che è stato perfetto. Una guida colta, ben introdotta in tutti gli ambienti che visitavamo, che ci ha trasmesso l’amore per questa terra e per questo popolo e ci ha coccolato. Luoghi bellissimi, storia e cultura e anche qualche camminata. Speriamo di riuscire a ripetere un’esperienza come questa in un altro luogo con i nostri simpatici compagni di viaggio.”

 Daniela e Domenico Prisco (unifi)

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“Il viaggio in Armenia è stato molto bello, ben organizzato e per alcuni aspetti affascinante. Non ci sono state difficoltà di nessun tipo. Una menzione particolare va fatta per la guida (Vahe), che è stato eccezionale per disponibilità, competenza e pazienza. Cordiali saluti.”

 Sabrina ed Andrea Errera (unicz)

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“Il nostro viaggio in Armenia è destinato a restare nella nostra memoria come esperienza felice, legata alla bravura e cortesia della nostra guida Vahe, sempre attenta a farci comprendere la profondità della cultura armena ed a renderci allegra e facile la visita nei luoghi più impervi. La fortuna ha anche voluto che l’intero gruppo fosse composto da persone gradevoli e simpatiche, tali da rendere possibile la rapida formazione di un gruppo ben affiatato. Grazie per l’opportunità che ci è stata fornita.”

Luisa e Carlo Alberto Beltrami (uniud)
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Reports del trekking-tour di Settembre ’14.
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“Il viaggio è stato bene organizzato, la guida ottima, i posti stupendi. Ho imparato molto sull’Armenia ed il suo popolo. Posso dire con estrema serenità che la visione del popolo armeno che avevo prima di questo viaggio è stata completamente stravolta. Ancora una volta dico che riprendere notizie di un popolo da libri, giornali o documentari non serve a molto, bisogna andare sul posto, parlare con la gente, osservare con occhio attento, domandare, domandare, domandare sempre. Consiglio il viaggio a tutti.”
Ada Ciliberti (luiss)

 

“Siamo già presi dal vortice degli impegni di lavoro ma vorrei ringraziarvi dell’opportunità che ci avete dato di poter visitare un paese così suggestivo come l’Armenia. E’ stata una visita emozionante sia per gli aspetti culturali che per quelli spirituali e naturalistici. Sicuramente il mese di giugno sarebbe stato più adatto per chi ama la natura, ma anche la fine dell’estate ha il suo fascino in questo paese dal clima così arido. Un ringraziamento particolare va a Vahe, la nostra guida, che si è prodigato affinché il nostro soggiorno fosse dei più piacevoli. Egli rispecchia l’ospitalità di un popolo che ha una lunga storia costellata da momenti di gloria e da profonde ferite ancora aperte. Grazie ancora Vahe!”

 Cinzia e Mauro Iberite (uniroma1)

Noi e l'Ararat

“Voglio solo manifestare la mia piena soddisfazione per il viaggio appena concluso in Armenia. La scoperta di un paese straordinario è stata resa possibile grazie ad un’organizzazione perfetta sotto una guida eccezionale per preparazione, professionalità, disponibilità, umanità. E’ vero che alcuni eventi previsti dal programma, come incontri con personalità accademiche e religiose, non si sono svolti, ma tutte le giornate sono state piene ed intense di attività sia fisiche sia culturali. Ho apprezzato, altresì, la scelta di evitare – nei limiti del possibile – sedi di ristoro e di sosta al centro dei circuiti turistici, oltre all’eccellente rapporto tra qualità dell’offerta e prezzo corrisposto. Dunque un giudizio pienamente positivo anche per la formula che sono disposto a riprendere in considerazione in futuro per altre mete. Ringrazio per l’opportunità. Con cordialità.”

Gaia e Paolo Poccetti (uniroma2)

 

“E’ stato un viaggio splendido da tutti i punti di vista: l’organizzazione, la guida sul posto e quanto vissuto, visitato e capito di questo Paese bellissimo come l’Armenia. Si sa poco dai testi qui in Europa-Occidente ed invece è un Paese ricco di cultura, storia, arte, natura e religione! Ho ricevuto molto di più delle aspettative, e invito tutti a visitarlo e conoscerlo, ne vale!”

Marghy Romanelli (antonianum)

Tatev

“Il viaggio in Armenia è stato perfetto: Vahe, la nostra guida, ci ha condotto con professionalità e competenza attraverso i luoghi e la storia del suo paese, che ben conosce ed ama ancor di più. Paesaggi splendidi nella loro veste di fine estate, chiese e monasteri dove la pietra magistralmente scolpita cattura sempre la tua attenzione e ti meraviglia… Ma non solo le mete che abbiamo raggiunto hanno reso questo viaggio speciale: anche l’organizzazione, la scelta dei ristoranti e degli alberghi, le guide ai musei e…. le camminate che hanno condotto il nostro gruppo di “pellegrini” ben assortito attraverso questa terra meravigliosa e poco conosciuta!”

Anna Maria Tron

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Lug 09 2014


I Viaggi di Odisseo, alla scoperta della vera “anima mundi”.

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Sono trascorsi circa tre anni da l’inizio dell’avventura HEARTREK, nel corso dei quali ho accompagnato tanti di Voi in un trekking, che oserei definire “contemplativo” tout-court, di uno o più giorni; mi sono prodigato per far sì che venisse scoperta ed apprezzata una buona parte di (quei) luoghi dello spirito pressoché sconosciuti ma di straordinaria suggestione di cui il nostro Paese è ricco; e soprattutto ho cercato, il più delle volte riuscendovi, di far rivivere delle emozioni profonde e inaspettatamente “forti” al cospetto di un’architettura sacra ipogea o di un affresco rupestre (arte minore?), testimonianze silenti eppure così tangibilmente espressive del nostro millenario passato.

                                                                        klona troodos

Orbene, era forse arrivato il momento di provare a rivolgere le attenzioni altrove, verso i tanti luoghi magici e misteriosi del mondo, verso quelle culture “altre”, spesso lontane ma tanto più affascinanti, che in taluni casi, in una precedente vita, ho avuto modo di visitare e conoscere da vicino. Ed ecco che, puntualmente, una sorta di flash-back mnemonico mi consente di rievocare le vivide e struggenti immagini delle chiese dipinte dei monti Troodos (Cipro), delle meteore greche, dei castelli del deserto (Giordania), delle necropoli preislamiche (Arabia Saudita),  dei camini delle fate di Goreme (Cappadocia) o dei monasteri del deserto (Terrasanta).

                                                                        MadainSaleh

Cui aggiungo, perché mi piacerebbe andarci prima o poi, le chiese rupestri di Lalibela (Etiopia), il monastero Taktshang (Bhutan), il gompa Phunktal (Ladakh), la città perduta di Machu Picchu (Perù) e, infine, i monasteri di monte Athos (Calcidica), ancorché riservati a soli uomini. Tutti luoghi che, per diversi aspetti o ragioni, meritano di essere visti dal vivo. Luoghi dove il tempo, che sembra essersi fermato, pulsa così lentamente da poterne percepire ogni singolo battito, consentendo di riappropriarci della sua originaria, naturale scansione: quella che da sempre anima e, malgrado noi, continua ad animare il mondo.  

                                                                          taktsang bhutan

Va da sé che, trattandosi di destinazioni estere, con tutto quello che la cosa comporta (viaggi aerei, scelta e prenotazione degli alberghi, e quant’altro), avrei dovuto ricercare la fattiva collaborazione di un competente ed affidabile tour-operator, non solo specializzato in talune delle destinazioni di mio interesse, a cominciare da quella (l’Armenia) che già mi balenava nella mente, ma anche capace di accogliere e porre in essere le specifiche istanze in fatto di percorsi e luoghi da escursionismo con il sapiente accompagnamento di una guida locale. Casualità, fortuita coincidenza o fortunata circostanza? Comunque la si voglia chiamare, al di là di ogni scontata retorica, l’incontro professionale con la WALK TRAVEL si è rivelato assolutamente positivo e, per certi versi, addirittura presago o pronubo del successo che da lì a poco avrebbe ottenuto il primo dei miei (e dei Vostri) viaggi.  De “I viaggi di Odisseo”, appunto.

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Ott 25 2011


Il Sentiero di Montagna come Metafora della Vita.

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Nato sul mare, ho scoperto la passione per la montagna agli albori della seconda parte della vita per una fortuita circostanza (una compagna di origini valtellinesi mi ha iniziato al trekking) o, magari, per un’inconscia accondiscendenza alla mitica metà capriforme, e dominante, del mio segno zodiacale. Quel che davvero conta è la stupefacente e vivida sorpresa che ho provato: è stato come tornare a casa, in un luogo abituale e atavicamente “amico”, riconosciuto e per lo più intelligibile, dove potersi muovere con sufficiente disinvoltura e lungi da paure di sorta.

D’altronde chi sa perché, sin dalle prime, giovanili letture di Hemingway, di Pavese ma soprattutto di Hesse avevo mutuato un’istintiva attrazione, quasi una fascinazione, per tutto quello che riguardava la montagna, per il suo selvaggio ed incontaminato habitat, per l’ampio e appagante respiro della sua vetta. Solo più tardi, con la giusta esperienza e la necessaria maturità, ne avrei compreso appieno la ragione: affrontare la montagna (eccezionale palestra di vita) è un modo salutare ma impegnativo per conoscere noi stessi, proprio perché mette a nudo la nostra vera personalità, fa emergere tutta la forza o la debolezza del nostro temperamento: in altre parole, da una parte, pone in evidenza le qualità più genuinamente umane, e dall’altra, non manca di stigmatizzare impietosamente i propri, palesi limiti. Ed è fors’anche questo il motivo per cui sono ancora pochi, e raramente giovani, coloro che hanno il coraggio o la voglia di mettersi in gioco, di misurarsi con sé stessi, senza infingimenti né maschere, per scoprire come e fino a che punto (della montagna) possono verosimilmente spingersi.

La montagna, infatti, al di là dello straordinario divertimento e dei benefici effetti d’una sua escursione per la nostra persona (il paesaggio sempre diverso, l’aria ricca di ossigeno, l’aroma penetrante dei boschi, la quiete rasserenante, e via dicendo), è una cosa piuttosto seria; il suo approccio esige non solo rispetto ma anche una buona dose di umiltà; non è, e mai potrà essere, un gioco da ragazzi; è invece qualcosa di duro e faticoso che, più che la forza, richiede una certa resistenza; è soprattutto una suggestiva ed esaltante avventura che mette a dura prova ma, al tempo stesso, corrobora il nostro equilibrio psicofisico.

A questo proposito mi piace riportare come esempio una personale visione/interpretazione del sentiero di montagna come metafora della vita giacché, a prescindere dalla difficoltà intrinseca, come nella vita è sempre e comunque pregno di insidie, costringendoci a prestare la massima attenzione a dove-e-come poggiare i piedi per evitare la ridda di ostacoli disseminati qui e là, con il rischio latente di incappare in un improvvido scivolone, di rovinare incautamente per terra e, nel peggiore dei casi, di farci male. E tutto questo, senza perdere di vista il segnavia per non ritrovarci, come nella vita, fuori dal giusto percorso (peraltro, cosa alquanto spiacevole in montagna se c’è una luce fioca, una fastidiosa nebbiolina o un incombente acquazzone); senza trascurare la bellezza della natura che ci circonda né i panorami incomparabili che via via ci viene dato di ammirare né gli insperati ed emozionanti incontri con la fauna stanziale; e tenendo ben presente di monitorare e parcellizzare al meglio le proprie energie se vogliamo arrivare indenni al traguardo della cima dove, come nella vita, saremo premiati da un rifocillante ma frugale pasto prima di affrontare la via del ritorno.

Infine, nel sentiero di montagna – ancorché in solidale compagnia d’altri che ci seguono o precedono – va ricordato che si è comunque da soli, che bisogna badare a sé, che non è necessario correre (non è una gara con il tempo o con noi stessi né si deve dimostrare alcunché) ma ricercare e trovare il proprio, ideale passo per salire o scendere; e se si è particolarmente affaticati, più che rinunciare impulsivamente a proseguire, bisogna concedersi una sosta per riprendere fiato; e se si cade (l’errore è fatalmente in agguato) bisogna sempre rialzarsi, contando soprattutto sulle proprie forze. Come nella vita, appunto.

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Ott 25 2011


Le (Alte) Vie dello Spirito.

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Ma la montagna, silente e severo guardiano della nostra storia, vero e proprio tesoro a cielo aperto, fedele e discreto custode di un patrimonio culturale d’incommensurabile valore, mi avrebbe riservato ben altre entusiasmanti sorprese.

Nella consapevolezza di vivere in un’epoca, quella dell’ultimo ventennio, caratterizzata da una frenetica e spasmodica ricerca del “materiale”; da un’irrefrenabile e affannosa corsa contro il tempo; da un inarrestabile quanto inevitabile inquinamento dello stile di vita (improntato, com’è, ad un esasperato consumismo); da un’alienata e mistificata realtà con cui però siamo costretti a confrontarci nonostante, fin troppo spesso, non ci identifica: per me era quanto mai necessario e terapeutico recuperare quell’istintivo e connaturato bisogno di spiritualità, se volevo conservare la serenità indispensabile per andare avanti.

Ed ecco che la montagna, madre amorevole e prodiga, quasi a interpretare questo intimo e sincero desiderio, aprirsi un po’ alla volta per farsi e farmi scoprire quanto di prezioso viene gelosamente custodito e riservato alla fruizione di pochi eletti, non già dei curiosi dell’ultima ora ma di coloro che lo sanno veramente apprezzare. Come non emozionarsi, infatti, alla visita di una martoriata trincea, di un’ardita galleria o di una imponente fortezza, solenni testimonianze dell’ingegneria militare e del nostro recente, cruento passato (Sentieri della Memoria); oppure, alla scoperta di un antico monastero o di un recondito eremo rupestre, luoghi intrisi d’una palpabile quanto anacronistica sacralità, spesso arricchiti da affreschi ed opere d’arte di inusitata bellezza (Sentieri della Fede).

I primi si trovano per lo più nelle regioni alpine di Lombardia, Trentino, Veneto e Friuli (trincee, gallerie e fortezze della Grande Guerra) o di Piemonte e Liguria (fortilizi ottocenteschi del Regno d’Italia) e, compatibilmente con le condizioni climatiche, sono visitabili pressoché tutto l’anno.

I secondi, invece, percorrono un po’ tutta la penisola e, fatti salvi quelli riguardanti gli eremi più noti (i francescani di Toscana, Umbria e Lazio; i benedettini di Toscana, Marche, Lazio, Umbria; i celestini d’Abruzzo), in ogni regione più o meno montuosa ci sono monasteri ed abbazie, superbi capolavori dell’architettura sacra gotica o tardo-romanica, in larga parte ben conservati e degni d’essere visitati.

Insomma quello che ho appena illustrato non è qualcosa di fine a sé stesso ma un trekking in grado di ritemprare non solo il corpo e la mente ma anche l’anima: come dire, un totale e armonioso arricchimento.

In pratica HEARTREK l’acronimo di anima/heart + trekking con cui m’è sembrato appropriato denominarlo – si rivolge a quanti, neofiti o provetti, desiderano vivere un’esperienza davvero singolare con il supporto del mio accorto ma discreto accompagnamento. Ovviamente si tratta di di escursioni, nella stagione invernale principalmente domenicali, per gruppi sobriamente assortiti (famiglie con prole, coppie o singoli): in altre parole, tanto da elementi già affiatati, che si conoscono bene quanto da altri che invece vogliono incontrare e conoscere nuovi amici con cui condividere l’impegno ed il piacere di una come di tante altre escursioni.

Odisseo

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